I giovani, i morti by Giovanni Ricci

I giovani, i morti by Giovanni Ricci

autore:Giovanni, Ricci [Ricci, Giovanni]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Storia, Saggi
ISBN: 9788815140159
editore: Societa editrice il Mulino Spa
pubblicato: 2008-10-14T22:00:00+00:00


L’incendio del castello

Sfiorato con la pedata al papa e col dono a Marfisa, l’incidente tuttavia non mancò e non tardò; e fu incidente reale, non rituale, secondo la testimonianza diretta del cronista Filippo Rodi. La sera successiva all’arrivo del papa, il 9 maggio, furono lanciate dalla sommità del castello estense molte «girandole» pirotecniche, «secondo l’uso di Roma»: in effetti, era quello che si faceva da Castel Sant’Angelo le sere di festa. Allora «un raggio s’attaccò in un cornisone di legno» e scatenò un incendio sul tetto della Torre Marchesana, una delle torri costruite nel 1385 dal marchese Niccolò II. Lanciato l’allarme a colpi di campana, accorsero i giovani ferraresi affiliati «all’arte solita ad intervenire in tali occorrenze», i vigili del fuoco, insomma, addestrati dalla frequenza con cui in città scoppiavano incendi. Ma il tetto in fiamme crollò sugli sventurati, uccidendone ventitré, «oltre agli altri molti che restorno storpiati e mal acconci». Intanto il papa con la sua corte era fuggito dal castello, «angustiato per la tema del fuoco et insospettito di qualche tradimento», temendo cioè che l’incidente segnasse o producesse un’insurrezione.

Come spesso accade nella vita, anche la nostra storia, in sé tragica, ora si fa comica. Il papa e il suo seguito cercarono scampo lì di fronte, nel palazzo del vescovo Giovanni Fontana. Ben calato nel suo ruolo di prelato tridentino, il Fontana sembrava la persona più acconcia a ricoverare i fuggiaschi. Oltre tutto, dopo qualche sbandamento in favore di Cesare d’Este, era stato lui a introdurre segretamente in città la minaccia di scomunica per l’intera popolazione che, pubblicata in duomo, aveva affrettato la caduta del duca. Si bussò dunque al portone del vescovo. «Ma non sapendo esso vescovo che il papa fosse quello che faceva battere», e non amando «lasciar aprire le porte della casa sua in tempo di fuoco et di tumulto, massime in tempo di mutatione di stato, non volse lasciar aprire le porte». Bel guaio, per il papa; il quale allora, «vedendo che il dimorar in strada poteva cagionargli qualche disastro», si precipitò ramingo nel palazzo già di Lucrezia d’Este. La dama era morta poche settimane prima, lasciando erede dei suoi beni, come sappiamo, il cardinale Aldobrandini: in tutta la città, l’unico luogo sicuro per il papa fu dunque la casa del nipote. Intanto, giù in strada, il popolo e i nobili ferraresi accorsi con armi e attrezzi furono rimandati indietro, «per maggior sicurezza del principe», del papa cioè. La piazza fu presidiata dalle sole milizie romane, più fidate. Domato il fuoco e placatosi il tumulto, le famiglie delle vittime ricevettero un donativo («le cose che le bisognavano, abbondantemente») e l’incidente si chiuse con una bella messa di requiem[47].

Apparentemente non ci fu nulla di politico, e neppure di simbolicamente lesivo, nella vicenda che interruppe per un momento i festeggiamenti ufficiali. Nulla che richiamasse la reazione di Ercole II d’Este, che aveva sguainato la spada davanti a un eccesso di violenza rituale, quando si era insediato nel 1534; nulla che assomigliasse all’omicidio di un «giovane» accaduto lì nei pressi, o all’omicidio di Flaminio Ariosto durante le feste per Paolo III nel 1543.



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